Il Pellegrino
di Paolo Racano


Caldo incredibile.
La stagione era quella che trasforma le verdi e morbide doline della Murgia, prima in dorate dune di grano e poi dopo la bruciatura delle stoppie in un enorme e ispida brughiera striata di nero. Tornavo da Matera. La riunione con il cliente era stata burrascosa e, dopo la rabbia, ero pervaso da un insieme di indistinte sensazioni, quella che prevaleva però, e l'unica che riuscivo ad identificare era la peggiore: la noia.

Per scuotermi avevo deciso di non fare la solita strada, la statale Matera/Bari, ma a caccia di refrigerio e di curve che mi potessero dare una scossa, salire verso Santeramo, tagliare per Cassano e poi rientrare a Bari.

Non avevo fatto i conti con la mia conoscenza del percorso. Avevo percorso tante di quelle volte quella strada che anche le curve più insidiose venivano affrontate in maniera quasi automatica. Le scalate repentine e le riprese nervose sembravano riguardare altre persone ed io con la testa ero ancora in quella sala riunioni a sorbirmi le ottuse opinioni di quelle grigie persone.

Il refrigerio cercato, c'è da aggiungere, non era stato trovato. Le fiamme della stoppia, alimentate da un caldo vento di favonio, lambivano alte, il ciglio stradale ed il mio casco ormai era la pentola che covava un rosso uovo alla coque. Un rumore, alla mia destra, attirò la mia attenzione. Un grido strano, uno stridio, un richiamo.

Quasi risvegliato da un torpore girai la testa e, a circa un paio di metri, parallelamente a me, volava un rapace. Bello fiero con quel suo planare morbido, senza un battito di ali, mi stava accanto.

Riuscivo a vedere i riflessi dorati dei suoi occhi ed il suo sguardo era fiero e sereno. Io stupito lo guardavo, gustandomi perplesso quei momenti che stranamente sembravano non finire mai. La strada era deserta, ed io all¹improvviso fui pervaso da un entusiasmo inaspettato, mi lasciai andare ad un piccolo slalom, una provocazione. Incredibile, con una piccola piega delle ali e mentre sembrava guardarmi, imitò i miei movimenti. Ci separammo ad un bivio, io piegai verso Jazzitello e lui impennò verso un boschetto di querce in alto, su una collinetta battuta dal sole ormai al tramonto. Il mio dito indice scattò istintivo verso il grilletto del flash e salutai così, non visto, il mio occasionale compagno di viaggio che con quei brevi momenti aveva trasformato la mia giornata.

Ero nella terra di Federico, 800 anni prima in quei luoghi, altri uomini, altri destrieri e altri rapaci avevano vissuto sensazioni forti e io in quel momento ne ero l'erede.

Con il cuore gonfio di gioia e orgoglio e riassaporando i piaceri della strada, diedi una pacca sul serbatoio della mia moto accarezzando quello che fù ieri il simbolo di Federico e oggi della mia Guzzi.

Dalla MURGIA un lampeggio.

Paolo